Le prime strade sui Nebrodi

La Regia Trazzera San Fratello-Agira veniva utilizzata dai Normanni per addentrarsi nel cuore dell'isola. 


Una delle prime strade della Sicilia, realizzata sotto i Romani nel 210 a.C. per scopi militari, fu una litoranea che andava da Messina a Lilibeo, la cosiddetta “via Valeria”; seguirono altre strade, la “via Pompeia”, da Messina a Siracusa e la “via Selinuntina”, che da Siracusa chiudeva con il Lilibeo.

In tutta la parte orientale della Sicilia, comunque, preesisteva un efficiente sistema viario molto antico e gli interventi dei Romani su tale viabilità furono, pertanto, molto contenuti ed a salvaguardia delle realtà esistenti.

Gli abitanti dell’Isola, soprattutto quelli dell’entroterra, continuarono a servirsi delle cosiddette “trazzere”, piste naturali condizionate dall’orografia e dall’idrografia, percorse soltanto a piedi o a cavallo e dove nessun uso poteva farsi del carro, lungo le quali avveniva la transumanza delle greggi e delle mandrie dalle aree montuose dell’entroterra ai pascoli delle pianure costiere e viceversa. 

Tale sistema viario fu mantenuto in efficienza successivamente dai Bizantini, anche se dopo i Romani nessun’altra amministrazione realizzò strade.

La “trazzera”, una forma intermedia tra sentiero e via campestre, deriva dal francese “drecière” = “via diritta”, “cammino”; destinata in origine al libero passaggio del bestiame, diviene successivamente strada rurale, impiegata durante la transumanza, sia per il transito degli animali sia per la somministrazione del pascolo agli stessi, una sorta di combinazione tra servitù di passaggio e diritto di pascolo.


Gli stessi Musulmani, come si evince dalla descrizione di diversi itinerari, conoscevano una serie di percorsi che fungevano da collegamento da un abitato all’altro, ma non delle vere e proprie strade; importanti, perciò, i corsi d’acqua costituiti dai letti secchi delle fiumare, i quali fungevano da strade naturali.

Le persone, le merci e le derrate si trasportavano sul basto dei muli ed una fila, variabile da tre ad otto muli, costituiva l’unità base del carico, detta in siciliano “retina”, la quale era affidata ad un conduttore, il cosiddetto “burdunaru”. La “retina”, pertanto, permetteva di effettuare trasporti di una certa consistenza su percorsi anche accidentati; l’alternativa al mulo era costituita dalla lettiga.

Si riscontra che la viabilità presente nell’antico territorio di Troina, importante centro montano del Val Demone, era costituita fin dal periodo medievale da una serie di “trazzere”, delle quali alcune indicate come “regie”, assieme a delle “vie pubbliche”. In realtà, la struttura stradale medievale di questo territorio si può far risalire all’epoca greco-romana, poiché esiste una coincidenza fra la viabilità romana prima e normanna poi, fino ad arrivare a quella settecentesca, condizionata sempre dal mezzo di trasporto che rimane per secoli la bestia da soma.

Per questo territorio, la via più importante era quella che da Termini giungeva a Taormina, passando per Castronovo, Petralia, Nicosia, quindi Troina e poi Randazzo, la cosiddetta “via regia”, citata nei diplomi normanni. Infatti, oltre alla realizzazione di una serie di fortificazioni, sono da attribuire al primo periodo normanno anche alcune strade con scopi militari e tale doveva essere quella menzionata nel diploma di Ruggero, redatto nel 1096, nel quale si fa cenno ad una “magnam viam Francigenam Castrinovi”, denominata pure “viam Latinam Castrinovi”, con ogni probabilità la stessa che da Palermo, come attesta un diploma del 1132, passava per Vicari, Castronovo e Petralia; continuava alla volta di Troina, così come ricordato in un diploma greco del 1094, nel quale si fa menzione di una “via regia” che, valicante i monti nella zona di “Sant’Elia d’Ambulà”, parte settentrionale del territorio, ripigliava il suo corso lungo la costa tirrenica, poiché il medesimo nome di “via regia” ricompare presso Milazzo nel 1086 e presso Patti nel 1143. 


La stessa via viene successivamente denominata da qualche erudito del XVII secolo “via francese”. Il predicato di “basilica”, dal greco “basilikós” = “regia”, “imperiale”, dato a quest’ultima strada in un diploma del 1094, la fa supporre bizantina.

Nel 1294 si ritrova ancora una “via regalis”, passante per l’abitato di Troina, nei pressi di contrada “Sillemi”, la quale corrisponderebbe all’attuale strada denominata Regia Trazzera “Madonna della Via”.

In effetti, la descrizione dei tracciati sopra menzionati corrisponderebbe a diverse trazzere, riportate ancora al giorno d’oggi nella cartografia catastale; infatti, se il tratto di strada che da Palermo conduce a Troina può essere identificato con una parte della Regia Trazzera “Termini-Taormina”, il tratto di via che continua per Patti non è altro che la Regia Trazzera “San Fratello-Agira”. Non solo; ancora nelle mappe catastali una strada che segue l’asse nord-sud dei Nebrodi è indicata come via che raggiunge la “Basilica”. Presente, quest’ultima, già in un diploma del 1094, poiché d’origine bizantina, in base a quanto riferito da Michele Amari, sarebbe quella stessa strada utilizzata dai Normanni per addentrarsi nel cuore dell’Isola.

Un’altra strada menzionata nello stesso periodo è la cosiddetta “via Imilices”, da correlare forse ad una strada passante per il casale “Milgi”; ed ancora, si fa menzione nel 1094 di una via regia che proveniente da “Archara” (l’attuale Alcara Li Fusi), continuava per Cerami.

Documenti successivi accennano ancora ad una serie di vie e trazzere passanti per il territorio e nei pressi dall’abitato di Troina; da quest’ultimo si dipartivano una serie di strade rurali che a loro volta si suddividevano ulteriormente per permettere di raggiungere feudi, casali e tenimenti. 

Dal XIV secolo in poi si ha notizia di una serie di strade rurali delle quali una che da Troina giungeva a “San Mauro”, un villaggio, forse casale, di cui oggi rimane solamente il toponimo e la presenza di una masseria; dello stesso periodo è una via che conduce al casale “Carbone”, un’altra al casale “San Teodoro”, altra ancora al casale “Buscemi”.


Vie pubbliche e regie servivano a delimitare anche il territorio di un casale o di un feudo. Era definita “regia trazzera” una via molto ampia che da un luogo abitato, costituente “universitas”, portava ad altro simile luogo, mentre era definita “via pubblica” quella che conduceva a mulini, paratori e fiumi, avente larghezza sufficiente al transito di due vetture da carico contrapposte. 

Pare, per esempio che, per l’esportazione del grano, la via da Troina ad Acquedolci, nell'antico territorio di San Fratello, fosse la più breve e la più agevole rispetto a quella che da Troina giungeva a Patti. 

Poco sappiamo su quanto fossero larghe le trazzere medievali, la cui ampiezza si può desumere a posteriori dalle istruzioni o bandi del Settecento inviati dall’autorità regia a Licata, Troina, Capizzi e Mistretta, equivalente ad un massimo di diciotto canne (circa 36 metri).

Dall’esame dei tracciati di queste antiche strade ci si trova in presenza di pendenze che raggiungevano il 20-25% e, nei casi in cui la pendenza rasentava limiti del 35%, la strada prendeva il nome di “scala”, definita come un sentiero ripido e tortuoso. La “scala” poteva essere anche un sentiero che conduceva ad un luogo ameno e panoramico dove era presente una chiesa o un eremo. Gli esempi di toponimi anche in questo territorio non mancano, quali “Scala ‘i Lisu” e “Scalunazzu”.

Un’ulteriore toponomastica legata alla viabilità è presente con “vanedda”, dal francese antico “venelle” = “stradella”, “vicolo”, “viuzza”, termine importato in epoca normanna, inteso anche per le strade extraurbane.

Con “giacata” si definisce, invece, una strada costituita da acciottolato o, in un periodo successivo, una strada pavimentata; più verosimile un tracciato viario lastricato con ciottoli. Strade di questo tipo, oltre alla “Giacata” per antonomasia, presente all’interno del centro urbano, si riscontrano in contrada “Sotto Badia” e “Pirato”. Infine, l’unico esempio richiamato nella toponomastica per indicare un incrocio o un crocevia rimane località “Serro della Croce”.

L’assistenza a chi in questo periodo si metteva in viaggio veniva assicurata da una rete di “fondachi” o “fondaci”, dall’arabo “funduq” = “deposito di merci”, “albergo”, “taverna”, alberghi di bassa classe dove mercanti, pellegrini e bordonari, potevano trovare da dormire e da mangiare oltre che per loro stessi anche per le proprie bestie. Erano questi dei luoghi di ricovero e di ristoro per quei viaggiatori che percorrevano la Sicilia attraverso degli itinerari, lungo i quali ogni tappa era segnata da un fondaco, ubicato in aperta campagna ma che, negli anni, lo stesso poteva diventare il nucleo per un nuovo centro abitato.

In generale, il fondaco era costituito da un complesso di edifici nei quali primeggiavano per importanza la locanda, i magazzini e le stalle. Qualcuno era fornito di stanze sommariamente arredate al fine di poter alloggiare viaggiatori di un certo rango che non si accontentavano di dividere il proprio giaciglio con i muli; ed oltre al vino ed al companatico, come pure al foraggio per le bestie, alcune di queste strutture offrivano il servigio delle prostitute. La taverna annessa al fondaco, per tutto il Medioevo, costituisce un investimento legato ai ceti dirigenti; essa rappresenta il naturale luogo di incontro anche con i forestieri, il centro di comunicazione col mondo esterno, la sede ed il modello della cultura orale.

Nel 1355 nella contrada denominata “Scarilluso”, individuata nei pressi di “Borgonuovo”, lungo il corso del “Fiume Troina”, è menzionato un fondaco; il significato di tale toponimo, oltre ad un secondo, denominato “Scarvi”, può essere individuato nel dialettale “scauru” = “scalo”, “luogo di sosta”. Un altro fondaco era ubicato in contrada “Ciappe”, così come attestato nel 1375.

Nei secoli successivi, precisamente nel 1573, viene menzionato il cosiddetto “fundacum de Bandicio”, ma non è del tutto chiaro dove fosse ubicato; mentre nel 1575 esiste una “domuncola” al cosiddetto “passo di Scarvi”, la quale lascerebbe immaginare alla presenza già di un fondaco, denominato successivamente “Fondaco di Scarvi”, oltre al conosciuto “fundaco del Ponte”, attestato nel 1530, ubicato nei pressi del “Ponte di Failla”.

Nel territorio in questione, una buona parte dei fondachi, ormai fatiscenti o destinati ad altri usi, sono stati localizzati lungo la Regia Trazzera che da Nicosia conduce a Randazzo. Si annoverano pertanto località col nome di “Fondachello”, “Fondacazzo” e “Fondaco”. In particolare, il “Fondachello” era ubicato dove sorgeva l’antico casale San Teodoro, sulla sponda sinistra del “Fiume Troina” e lungo la regia trazzera; in tale luogo erano presenti, oltre al già menzionato fondaco, un mulino ed una torre con feritoie per la difesa da eventuali aggressori.

Il “Fondaco di Scarvi” ed il “Fondaco Lamela” erano ubicati, invece, lungo la trazzera che da Troina conduceva a Paternò e, quindi, a Catania, le cui strade, in base a quanto riferito da un cronista dell’epoca, si presentavano “aspre” e “inaccessibili”.



La “via regia”, denominata ancora oggi nelle mappe catastali “Regia Trazzera Grande di Palermo”, che per via interna univa Palermo a Messina, vide nel corso dei secoli, oltre a personalità importanti, soprattutto gente comune, viandanti e pellegrini; ma anche mandrie e greggi in transumanza; “retini” di muli che permettevano il trasporto del frumento dai luoghi di produzione ai magazzini, ai mulini o ai caricatori. Vi transitò papa Urbano II nel viaggio che fece a Troina per raggiungere il conte Ruggero nell’aprile del 1088; il cronista Goffredo Malaterra, riferendo sul matrimonio di Busilla, figlia del conte Ruggero, con il re d’Ungheria, precisa che la sposa ed il suo seguito vennero accompagnati, nel maggio del 1097, da Troina a Termini da una scorta di trecento soldati. 

Pare che da tale strada sia passato, nel 1282, Pietro d’Aragona, durante la Guerra del Vespro, recandosi da Nicosia a Randazzo, dove aveva convocato l’esercito dei Siciliani contro Carlo I d’Angiò; e sotto la condotta di Giovanni Celamida da Troina, la stessa via venne custodita nel tratto che va da Taormina a Messina. Inoltre si fa menzione del passaggio della regina Bianca di Navarra, vicaria del Regno, nel 1411; nonché dell’imperatore Carlo V che, reduce dalla spedizione di Tunisi, il 18 ottobre 1535, da Nicosia si trasferì a Troina per poi proseguire per Randazzo.

Un percorso seguito dal Medioevo fino a tutto il Settecento ed oltre, è quello dei corrieri del Regno di Sicilia, il quale da Palermo a Messina veniva effettuato in 4-5 giorni, a seconda che fosse estate o inverno, utilizzando sia la “via della montagna” (Termini, Polizzi, Nicosia, Troina, Randazzo, Francavilla, Taormina), sia la “via della marina” (Termini, Cefalù, Tusa, Baronia, Acquedolci, Brolo, Patti, Milazzo).

Gli stessi ponti, posti a cavallo in alcune delle fiumare più ampie ed, in genere, lungo le “vie regie”, furono realizzati per permettere l’attraversamento di animali da soma. Il potenziamento e restauro di questi si farebbe risalire nel momento in cui iniziarono ad essere copiose le esportazioni di grano verso i caricatori regi, poiché nel 1509, sotto il regno di Ferdinando il Cattolico, venne data disposizione di poter riparare i ponti esistenti e costruirne di nuovi; ma solo nel 1555, sotto Carlo V, si diede inizio ai lavori. Tali strutture, oltre a possedere una stretta carreggiata, presentavano rampe ad elevata pendenza che rendevano quasi impossibile il passaggio dei carri; erano questi i cosiddetti ponti a “schiena d’asino”, opere che davano prestigio alla città di appartenenza.

Per Troina si menzionano in particolare due ponti, il primo posto sul “Fiume Troina”, denominato “Ponte di Troina”, successivamente chiamato “Ponte Grande” o “Ponte di Failla”, lungo 54 piedi e largo 8, documentato già sul finire del Duecento per aver dato il nome alla località nella quale è posto, contrada “Pontis”; il secondo, invece, ubicato sul “Torrente Sant’Elia”, denominato successivamente “Ponte di Sant’Angiledda”, andato distrutto circa venticinque anni or sono. Il primo si presenta ancora oggi a due luci disuguali con archi a tutto sesto e munito di parapetti; mentre il secondo, documentato da fonti scritte, si presentava sempre a due arcate, ma leggermente ogivate.

Altri attraversamenti da menzionare nell’ambito della trazzera presa in esame sono il “Ponte di Cerami”, posto lungo il “Fiume Cerami”, la cui tipologia, ad un solo arco ogivato, ricondurrebbe la sua presenza già al periodo medievale; questo ponte, ancora ben conservato, e del quale parla Cicerone nelle Verrine, viene citato come “magnifico” ed “antichissimo”.

di Nicola Schillaci

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