Acquedolci e Legambiente Sicilia per salvare il Castello Cupane



Valentina De Caro.
Sono 22 gli immobili storici e i beni culturali siciliani, 12 di proprietà di enti pubblici e 10 di privati, inseriti nel dossier “La bella Sicilia da salvare”, documento presentato da Legambiente Sicilia nell’ambito della campagna Salvalarte Sicilia 2018.

Un lungo elenco di ville, castelli, chiese, abbandonati all’incuria, all’aggressione degli agenti atmosferici, al vandalismo, nel totale disinteresse di Istituzioni, Regioni e Comuni o dei proprietari. Tra questi anche due importantissimi monumenti del messinese: il Monastero di San Filippo di Agira, con la grotta eremo del Santo, di proprietà del Comune di Messina ed il Castello di Acquedolci. Il castello del barone Cupane, sorto sul lido di San Fratello, situato al margine orientale dell’attuale abitato, dista poche decine di metri dalla battigia del mare, separato dall’arenile dal tracciato della linea ferroviaria. L’imponente torre, a pianta quadrata, isolata rispetto alla residenza baronale, venne eretta all’inizio del XV secolo da Augerot Larcàn, al quale fu assegnata la baronia di San Fratello, per supportare le attività economico-commerciali già esistenti e riedificata e fortificata a fine secolo da Antonio Giacomo Larcàn. Contemporaneamente fu edificato il  baglio e realizzata la merlatura a coronamento delle mura. Il complesso sei-settecentesco ha impianto rettangolare. Dotato di fabbriche necessarie per la conduzione di un trappeto per la lavorazione dello zucchero, fu fabbrica di questa produzione fino al 1700, periodo in cui la baronia di San Fratello passò alla famiglia Gravina, ramo dei principi di Palagonia. Il complesso edilizio venne così trasformato in dimora feudale e arricchito con una facciata barocca e la chiesa interna, trappeto e mulino furono restaurati e le macine sostituite per lavorare il frumento. Nel 1879 la proprietà passò al barone Francesco Cupane, diventando  fulcro di numerose attività come la lavorazione di seta e agave, il commercio di sughero e agrumi, con due mulini, una gualchiera e una taverna-osteria per il cambio cavalli. A partire dagli anni 20 del novecento il  borgo marinaro perse la sua centralità e il castello lentamente fu abbandonato dai Cupane; la torre, dopo essere stata danneggiata dai bombardamenti nel 1943, fu fatta letteralmente saltare in aria nel 1966 dalle Ferrovie. Da quel momento il castello divenne in breve un rudere ed in queste condizioni è arrivato agli anni 2000, quando è stato incamerato nel patrimonio del Comune di Acquedolci. Da allora il Castello di Acquedolci è stato oggetto di qualche intervento di messa in sicurezza e risale a pochi mesi fa l’iniziativa dell’attuale amministrazione comunale, guidata da Alvaro Riolo, di eseguire interventi di pulizia e riqualificazione del cortile interno, nonché di lavori di manutenzione per il rifacimento dell’illuminazione lungo il perimetro esterno e nell’area interna. Non ci sono però, ad oggi, progetti per lavori di concreto recupero e riqualificazione del maniero. L’attuale amministrazione ha però riaperto una finestra sul recupero di questo importante sito storico, avviando un dialogo con la Soprintendenza ai beni culturali per poter concertare un progetto esecutivo che consenta l’acceso ai bandi di finanziamento e recuperare, finalmente, la funzionalità del palazzo baronale.

fonte: amnotizie.it


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