Vacanze in Montagna

Racconto di una San Fratello post-frana 1922, tratto dal libro “I miei sedici lustri” di Salvatore A. Emanuele. 

Presentazione in galloitalico di Carmelo Faranda
Chier Amisg bangiuorn.
Juoi pubblich n beu test scritt cun la dangua nazziuneu, pi quoss mutivu ni la pàzz pubblicher ntô grupp Galloitalico, cam pirvò u rigulamant di cau grupp. Ma pi na sinciera dimustrazzian d’affiett p’u bravissim sanfrardean chi scrivì u test e chi canusciuoi attravärs facebook, uoghj scrivir stâ primiesa c’ù nasc dialott. 

U test discriv na vigilarura chi d’amiègh fo a San Frareu quänn era carusien, è cam na fotografia scatära o nasc paies tenc iegni fea, ma sviluppära pacch iegni arrier. U test di juoi fea peart di na rraccauta di 16 stuorij ntitulära “I miei sedici lustri”, quosta è la prima e s’intitula “Vacanze in Montagna” (la muntègna è San Frareu). 

U nasc amiègh iea scrivì tenc test chi iea fätt stamper a titul pirsuneu ntâ dibr chi ni iea mei mies n vanita, ma chi iema rrigaler a ghj’amisg, puru a iea mi n manea na pach, un cchjù beu di d’eutr. Pirtänt pi iea è na gränn soddisfazzian pular publicher n sa test pi la prima vauta. Pirsunalmant pàzz dir chi pi cau c’ù stäcch canuscian iea è veramant n cristien instanchiebu, cun la mant fina e auerta chi è n pilagjar avarghj a chi fer, tänt chi iea dijànn i suo cummant era cunvint c’avossa stätt n carusäzz svegli di na trentina d’egni, invecc la saua espirianza è tantinian cchjù gräna. 

U miea nuov amiègh s’accièma Salvatore Emanuele, parant di Carmelo Emanuele chi gistisc u sito Sottolapietra, stea a Firenze da tenc iegni, capisc e diej ban u sanfrardean pircò ghj’ù suntiva parder a sèuma ma nu sea parder pircò antra i suoi pardävu u sicilian a chièusa chi ssa näna patärna era di Palerm.


Nciurai ghj’uòggi e n’maginav u nasc paies na ottantina di iegni arrier quänn la pupulazian campäva di pasturizia e di dur traveghj ntâ li campegni, ntä li sträri ni girävu mächni ma muli, scècchi e giùmanti…. 



Cumprimant a d’amiègh Totò e u ringrazij pi la fiducia chi mi dott.

Bangiuorn a tucc.
Carmian Faräna


L'autore
Salvatore A. Emanuele Nasce nel 1924 da sanfratellani disastrati dalla frana dell’8 gennaio 1922. Adottato dalla nuova Acquedolci, cresce in contemporanea con questa e in essa vive la sua infanzia fra due grandi guerre. Una crescita adolescenziale umana e scolastica in camicia nera, con inculcato il senso del dovere e dell'amor patrio. Nell’aprile 1943 è alle armi per servire la Patria; post gli eventi de’ il 25 luglio e, l'8 settembre, partecipa alla guerra di liberazione con il CTLN. Indi è a fianco dei "liberatori" nella guerra che continua.
Negli anni difficili del dopoguerra, è alla ricerca di un lavoro nell'agognata libertà democratica realizzata dalla nascente Repubblica Italiana. Il lavoro, la vita in famiglia e i doveri verso di essa, sono le sue amenità, anche se intrise di dolori. In lui, è sempre vivido l’amore critico per la terra che lo ha cullato e cresciuto con amore. 


Vacanze in Montagna 
Zia Rosalia e zio Bettino, non avevano figli, il parente in discendenza più prossimo ero io che oltre ad essere nipote ero stato da loro, battezzato e per questo la zia con la mamma, si chiamavano l’un l’altro: “commari” (appellativo vicendevole tra la madre e la madrina).
Arrivavano a casa nostra, di mattina, per poi portarmi via con loro, la stessa sera. Nei mesi di luglio e agosto mi volevano con sé e, tutte le volte era una discussione che si animava fra mia madre e la zia, per via che mia madre non voleva privarsi della mia presenza.
Alla fine, mamma cedeva, si mettevano d’accordo sul periodo di tempo che io potevo stare con gli zii e la contesa si chiudeva. Mamma mi preparava gli indumenti da portare con me, per il soggiorno presso gli zii e vi aggiungeva qualche golfino di lana, vestimento necessario nei luoghi montani, la sera e, nelle giornate più fresche. Quando era giunta l’ora, ci avviavamo per raggiungere la fermata dell’autobus che ci avrebbe portato a San Fratello.

Il rombante mezzo di locomozione giungeva alla fermata, e vi salivamo tutti e tre. La corriera nuova fiammante, i comodi sedili invitavano al viaggio; nel primo tratto, la strada asfaltata era confortevole ma appena si apprestava la salita terminato l’asfalto diventava sterrata e tormentata da una serie continua di curve e contro-curve, il confort si riduceva e di molto, la velocità si faceva “ tarda ” per poi riprendersi nei brevissimi tratti pianeggianti.
Arrivati nel centro del paese di San Fratello, alla fermata principale «la purtedda» il bus veniva attorniato da una schiera di persone in attesa di parenti da ricondurre a casa. Discendemmo e ci avviammo per le strade selciate salendo per i lunghi gradoni della erta strada; io per mano alla zia, lo zio tenendo in mano la valigia piena dei miei indumenti.
La casa degli zii era posta in alto, quasi vicino al culmine del paese, nel rione di San Nicolò. Giunti che fummo in prossimità, giovani donne ed anche anziane uscivano di casa per vedermi, per farmi domande; sorridendo rivolti agli zii, mi facevano dei complimenti, io non capivo, rimanevo confuso per l’interesse suscitato. Seppi e capii dopo che la zia aveva enfatizzato le doti di bellezza ed intelligenza che io avrei avuto, suscitando molta curiosità dei vicini e forse anche perché, da loro ero considerato un forestiero e come tale ospite gradito.
A circa cento metri di distanza vi era la casa abitata dalla matrigna di mio padre, seconda moglie di mio nonno (deceduto nel 1916) che con lei aveva avuto due figli: l’uno maschio, Filadelfio; l’altra femmina, Angelina; essi non parlavano il dialetto sanfratellano per via che “Mammà” così la chiamavo (non mi veniva di chiamarla nonna e ancor oggi non so spiegarmi perché), forse perché, come matrigna di mio padre, non la consideravo degna dell’appellativo di nonna. Proveniva da Palermo dove era nata e vissuta fino a che non andò sposa a mio nonno Salvatore, la sua voce nel tono, anche se modificato nel tempo, manteneva la cadenza palermitana. 

Ella mi voleva bene un po’ sì, e un po’ no, nel senso che non sempre mi era affettuosa alla stessa maniera e poi, l’amicizia tra lei e zia Rosalia era un po’ “acida”, forse per via della mia presenza in casa di zio Bettino che a mammà non andava, tanto a genio, per motivi di interesse; io, nella sua mente, sarei stato visto come un futuro usurpatore dei beni di zio Bettino e zia Rosalia a danno dei suoi due figli. Tutto questo mi sembrava di capire da certe frasi ascoltate, occasionalmente e svogliatamente, durante certe loro discussioni. Zia Angelina e zio Filadelfio, invece, mi volevano molto bene e me lo dimostravano sempre, in ogni occasione. 

La loro casa era più piccola di quella della zia Rosalia, ma ben arredata con mobili portati dalla casa di Palermo. Addossato ad una parete faceva bella mostra di sé un orologio, bellissimo: dalla cassetta di legno di noce intagliato, alto circa un metro e cinquanta centimetri. Attraverso il vetro, traslucido ed adornato da raffigurazioni artistiche, si intravedevano due pesanti contrappesi cilindrici appesi alle estremità delle corde che con la loro gravità azionavano il movimento della complessa macchina; ad ogni quarto d’ora il martelletto batteva rintocchi: uno per il primo; due alla mezz’ora; tre ai tre quarti ed allo scoccar dell’ora; tanti rintocchi quante erano le ore segnate dalle lancette. Davanti a quello spettacolo io rimanevo estasiato ad ascoltare il diffondersi del bel dolce suono della campana, mentre il contrappeso che ne comandava la funzione si vedeva discendere più velocemente. 

Zia Angelina faceva la sarta, zio Filadelfio più giovane di lei, faceva il calzolaio; era un bravissimo e temerario cacciatore, con il suo fucile non sbagliava un solo colpo ed aveva un cane da caccia tanto intelligente e bene addestrato quanto invidiato dagli amici cacciatori; sovente veniva invitato alle battute di caccia organizzate dagli amici, vuoi per la sua bravura, vuoi per la approfondita conoscenza delle abitudini della selvaggina. 

La casa di zia Rosalia era costruita, curiosamente, per effetto del terreno scosceso su tre piani ma aveva due piani terreni ai quali si poteva accedere dal primo piano terra e poi, come già detto, per effetto del dirupo un secondo piano terra al di sopra del primo; così che, a seconda del punto che la si guardava, mostrava di essere costruita su tre piani oppure su due. Al primo terreno c’erano tre ampi locali ed un pozzo dal quale attingevano l’acqua per tutti gli usi, tranne quello potabile. 

Lo zio Bettino teneva tutte le sue cianfrusaglie e vi parcheggiava anche una gabbia di legno con dentro ricoverato un furetto addomesticato, per la caccia ai conigli che lo zio praticava per svago ma con molto interesse; egli non voleva armi con sé, si portava a tracolla una cassettina tutta sforacchiata nella parte anteriore per far circolare l’aria necessaria al furetto che teneva prigioniero, aveva forma poco ricurva nella sua lunghezza perché meglio si adagiasse tra l’omero e la schiena. Anche lui teneva un cane altrettanto bravo quanto quello del fratello Filadelfio, che quando un coniglio, inseguito, riusciva a ricoverarsi indenne nella tana egli afferrando con i denti i pantaloni di mio zio lo conduceva all’imboccatura del nascondiglio. Una piccola piccozza a manico corto con lama a punta da un lato ed a taglio dall’altro serviva ad allargare l’imboccatura della tana per introdurvi il furetto; a tracolla una coperta di lana, arrotolata, per ripararsi dal freddo della notte durante le battute di caccia che duravano più di un giorno e sempre a tracolla: un tascapane con dentro i viveri ed ancora un altro tascapane vuoto, per riporvi la cacciagione da portare a casa.
Bardato di tutti quegli accessori ci salutava, all’alba, unendosi agli amici per l’avventurosa gita. In un’altra stanza, più piccola, era stato ricavato di recente uno sgabuzzino adibito a wc, consisteva in un basso muretto con nella parte centrale superiore, un foro di dimensioni adatte per star seduti nella giusta posizione.

In quell’epoca San Fratello viveva ancora, per certi aspetti, una situazione da basso Medioevo; nelle vecchie case appollaiate sul pendio, l’una sull’altra, non esistevano servizi igienici, dentro le case non vi erano cannelle dell’acqua potabile che veniva attinta dalle fontanelle lungo le vie e nei piazzali dov’erano anche abbeveratoi per le bestie. L’acqua per i vari servizi veniva attinta dai pozzi posseduti negli scantinati. 


Dentro il comodino, accanto al letto, tenevano il pitale; in una stanza, dedicata, il cantero (vaso di ceramica con due grandi anse e piede alto una quarantina di centimetri, orifizio allargato e largo bavero per sedersi a fare il bisognino). Tutti i giorni all’albeggiare, passava per le vie la persona addetta alla raccolta degli escrementi che versava dentro un grande contenitore, una botte scoperchiata, situato dentro un biroccio per trasportarli alla discarica. 

Le vie del paese, lastricate alla maniera degli antichi romani, erano sporche per via che lo spazzino passava raramente e raccattava la sporcizia grossolanamente, la pulizia non esisteva e soprattutto per via del lerciume lasciato da bestie da soma e bestie minute, che si annidava nelle intersezioni fra i blocchetti di pietra. Gli ovini e soprattutto le capre venivano condotte lungo le strade per essere munte dirimpetto alle porte delle case per fornire alla clientela latte caldo, appena munto. 

Accostato alle abitazioni di molte famiglie un casotto in muratura per ricoverare il maiale che allevavano, di colore nero della razza di “cinta senese” nel trogolo vi versavano il pastone costituito dei resti di cucina oppure le ghiande raccolte nei boschi vicini.


Come nel Medio Evo la gente rovesciava dalle finestre sulle strade bacili pieni di acqua sporca dopo averla adoperata, per fare il bucato o per lavare il pavimento; l’acqua di cottura dopo averla anche utilizzata per rigovernare le stoviglie; finanche la pipì accumulata nel pitale. Tutti i liquidi venivano lanciati sulle strade con tutte le forze possedute nelle braccia cadendo con impeto e grande scroscio, il fluido scorrendo fra gli interstizi dei sassi del lastricato formava dei rivoli che infine venivano frenati dallo sporco ristagnando. A volte dall’apertura di una finestra si vedeva apparire, tenuto strettamente per il manico dalle forti braccia di una giovane donna di casa, un calderotto fatto dondolare, muovere in qua ed in là come per prendere l'aire e lanciare più lontano il contenuto. 

Non era nemmeno difficile che un malcapitato trovandosi a passare per quella strada si trovasse nelle involontarie coordinate di una distratta lanciatrice, intenta a rovesciare con forza l’acqua di una catinella od il contenuto di un orinale, subendone malamente le conseguenze. Il lavaggio delle strade, sudice e maleodoranti per il transito degli animali ed il rilascio per terra dei loro escrementi, era affidato a queste brave donne di casa ed agli attesi e spesso invocati interventi del tonante Giove pluvio.

All’interno delle case, tuttavia, il nitore regnava sovrano, le persone vi praticavano con dedizione una pulizia estrema, ogni mattonella del pavimento anche se di cotto si può dire che brillasse e, faceva effetto la contrapposizione non appena se ne varcava la soglia.
In quasi tutte le case, in una delle stanze vi si trovavano dei bastoni di legno legati alle loro estremità e pendenti dal soffitto in posizione orizzontale dai quali ciondolavano: pezzi salati di adipe di ventre di suino; lunghe “corde” di salsicce; lardo e salami in abbondanza; un “ben di Dio” per il palato. 

Anche a S. Fratello avevo trovato amici; fanciulli della mia età che abitavano vicinissimo alla casa nella quale ero ospite: Giorgino; abitava di fronte, in un vecchio bel palazzo e al mattino, con frequenza quotidiana, andavo a giocare con lui. Nella stanza dove ci intrattenevamo per giocare, gran parte di essa veniva occupata da un vecchio pianoforte a coda, in disuso, noi ce ne servivamo per far chiasso e strimpellare note stonate, sparsi per terra molti giocattoli dei quali almeno la metà erano rotti; la madre ed il padre, possidenti di beni immobili nel paese ed ancora, genitori di altre tre figlie femmine a lui ben maggiori di età lo coccolavano e, per essere il più piccolo della famiglia ed anche per essere l’unico figlio maschio. Con altri amici, figli di professionisti del luogo, che zia Rosalia mi aveva fatto conoscere abitavano a circa cento metri di distanza. uno di questi, il maggiore di età, era cugino, del poi famoso, Bettino Craxi, il di cui padre, funzionario dello Stato aveva dovuto migrare a Milano per lavoro. 


Nel pomeriggio, tutti insieme, ci trasferivamo nel sacrato della chiesa di San Nicolò, in quella parte del grande piazzale rimasto indenne dalla frana che ne aveva fatto sprofondare a valle una porzione insieme ad una navata della chiesa ora rimasta mutilata. Avevamo grandi spazi per i nostri giochi all’aperto, potevamo perfino giocare a palla ma era ideale per il gioco del rimpiattino essendovi innumerevoli posti nascondiglio che facevano al caso.
La stagione estiva in montagna è più breve di quella delle località marine; appena è settembre, quando è sera, l’aria si fa pungente; i fanciulli sono costretti dalle mamme a rincasare. Anche mia madre era dello stesso avviso e non appena giungeva il giorno 16 del mese, arrivava per riportarmi a casa. Si tratteneva fino al giorno 17, festa del Santo Patrono, San Benedetto il nero, il giorno dopo la corriera ci riportava ad Acquedolci con grande rammarico di zia Rosalia.

Salvatore A. Emanuele, tratto dal libro "I miei sedici lustri"

  

  


Commenti

  1. Meraviglioso racconto!

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  2. questo racconto mi ha fatto venire i brividi, riportandomi indietro nel tempo, COMPLIMENTI

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  3. è bellissimo, una storia vera che ci fa ricordare e non dimenticare le nostre origini ovunque noi abitiamo.

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  4. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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