8 Gennaio 1922. E sono 92…


di Salvatore Emanuele.
Dal quel fatidico e fatale andare a pezzi di San Fratello, di anni ne sono ormai trascorsi tanti, quanti ne conta questo enunciato. Io non c’ero ancora, ma la ricordanza di quanto avvenne in quella fredda malanotte, raccontatami da chi poi mi portò alla luce è sempre viva.

Nacqui secondogenito ma diventai «primo» ancor prima di nascere, poiché per colpa di quella maledetta frana colui a cui sarei stato «germano secondo» non piacque rimanere in tanta fragilità di cose e, s’involò verso lidi celestiali.

Nella mia memoria infantile rivivo le immagini delle rimaste cose: intere o rabberciate dalla sconnessione prodotta dal rotolar dei sassi delle avite magioni e dal rovinoso sprofondar della terra.

Nel desiderio di conoscenze del mio esser fanciullo, via via che notavo infra le inanimate cose, sparse o conservate con amore, chiedevo lumi:

- Mamma, a cosa serve questa bilancia e questi tanti pesi e pesetti che vi stanno intorno? 
- Mamma, per cosa servono questi rotoloni di stoffa colorata e con le gore?; E questa stadera dal grande piatto e lungo braccio con appeso il “Romano”, a cosa ti serviva ?
- Ed ella a me con tanta mirabile pazienza e gli occhi inumiditi da una lacrima che le scorreva sopra le guance, rispondeva:
-  Figlio mio, tu non puoi sapere quanti e quanti sacrifici ebbero a sopportare gli invasi dalla catastrofe in quella tremenda e «nera» notte.

In casa nostra v’erano pochi e miseri mobili recuperati dalle macerie: un cassettone d’antica fattura riparato nella sua struttura ma avente in dotazione i cassetti originarli; una vecchia credenza ed una vetrinetta ricostruita e rabberciata alla belle-meglio. Un’antico tavolo di legno di ciliegio con apertura a libro, rimasto, miracolosamente, indenne in tutte le sue parti, era ora corredato da sei seggie «francescane» con seduta in refe che odoravano ancora di nuovo.

Tuttavia, da cosa nasce cosa, e quell’immane flagello partorì una nuova comunità che venne ad aggiungersi a quel ristrettissimo numero di poveri “cristi” che abitavano la “Vecchia Marina” adiacente il Medievale Castello, con la torre fatta costruire dai baroni Larcan per stare a guardia e difesa dei pirati che provenivano dal mare; da quel mare d’intenso blu celestiale, ove l’azzurro del cielo vi si specchia interamente e che a guardarlo dal «baluardo» Monte San Fratello appare come un incantesimo che ammalia il visitatore che pone l’occhio a rimirare tanta beltade; e che spaziando con uno solo sguardo, da Capo Cefalù a Capo d’Orlando, non perde di vista la magnifica prospettiva che mostra l’orizzonte: l’incantamento dell’immaginifico arcipelago costituito dalle, stupende sette «sorelle», Eolie.





Su di un dolce declivio sorsero nuove case popolari, le nuove abitazioni per gli sfortunati abitatori del territorio sfracellato. È qui ch’io vissi la mia prima infanzia; è di questi posti ch’io ben ricordo, che per andare nella camera di sopra o al bagno, bisognava superare l’altezza di due o tre gradini.

In questa nuova cittadina, sorta dalle macerie dell’avita patria sanfratellana, ai diseredati, venivano assegnati gratuitamente dei lotti di terreno, quale giusto indennizzo, a che vi sorgessero le nuove abitazioni di proprietà.


I pirati, ora, non arrivavano più dal mare. I filibustieri, gli sfruttatori, i profittatori, ora arrivavano dalla montagna. La nuova Acquedolci venne sottoposta ai notabili sanfratellani rimasti indenni dal disastroso evento, ed ebbe a patire: la loro non curanza, la loro interessata caparbietà nel trarre profitto personale.

Ci vollero ben  quarantasette anni prima che la bella Acquedolci, non più “la Marina” come loro l’appellavano, riuscisse a camminare con le proprie gambe — sebbene ancora mutilata nella eredità economica.

Nel ricordare gli sfortunati abitanti di 92 anni orsono non si devono dimenticare quelli che ancora in questo nuovo millennio hanno avuto la malasorte di patire, sebbene meno triste, la frana del 14 febbraio 2010, la cosiddetta “Frana sanfratellana di San Valentino”. 

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