L’ignoranza del Merlo non farà danni

Sono numerose le contraddizioni sulla celebre Settimana Santa di San Fratello. L'ultima provocazione giunge dalle pagine de "La Repubblica".


di Carmelo Emanuele.
Sono giunte diverse segnalazioni in merito ad un articolo apparso sulle pagine del quotidiano nazionale "La Repubblica", firmato da tale Francesco Merlo, giornalista e scrittore catanese. L’articolo in questione è stato riportato anche da altre riviste minori, e si intitola “Quando la processione fa fuggire i sacerdoti”, un racconto critico sulla presenza più o meno consapevole dell’impronta mafiosa nei riti Sacri, con un riferimento particolare alla celebre processione di S. Agata a Catania. 

Il giornalista compone una tela con altre feste religiose, trovando e cercando a modo suo l’elemento dissacrante negli usi e costumi dei luoghi citati. Il salto nel buio il Merlo lo compie su San Fratello e sulla sua nota Settimana Santa caratterizzata dalla presenza dei Giudei.

"Meno impressione fanno i famosi diavoli di San Fratello – scrive Merlo -  il paese d'origine di Craxi. Incappucciati di rosso, scorrazzano per la città, urlando insulti e minacce non solo l'uno conto l'altro, grotteschi e irridenti disturbatori come gli scimuniti che fanno i gavettoni a Ferragosto e poi rombano con la marmitta segata. Oggi i diavoli carnevaleschi di San Fratello, che era comunità giudea, non sono più quelli di Sciascia e Scianna, "la parte più oppressa, più misera della popolazione che, mettendosi per quel giorno nel ruolo di un popolo non meno oppresso e perseguitato, si levava a beffeggiare, a insultare, a colpire e ad irridere al sacrificio della croce". Oggi non ci sono più ebrei e il diavolo devoto di quel bellissimo libro non somiglia neppure a Totò Riina ma ai bulletti delle Iene, ai tapiri di Staffelli”.

Sembra di esser tornati alle polemiche degli ultimi cinquant'anni che hanno visto la piccola comunità Sanfratellana addirittura attaccata dallo stato di Israele. Ma l’ignoranza del Merlo non farà danni questa volta, perché oggi dalla penna del giornalista catanese l’evento di San Fratello uscirà certamente rafforzato grazie alla pubblicità che seppur negativa toccherà tutti i confini nazionali, nel bene o nel male purché se ne parli direbbero i cittadini più emancipati. Tanti sono infatti gli esempi di cadute di stile simili, nel tentativo di abbattere o irridere la popolarità di un evento che poi come un boomerang hanno generato l’effetto opposto.

Al Merlo ignorante (nel senso buono del termine) diciamo che San Fratello è orgoglioso di essere il paese della famiglia Craxi (a Benedetto Craxi, nonno del più noto Bettino, è dedicata la biblioteca comunale, mentre all'ex-segretario socialista e presidente del consiglio dal 1983 al 1987 è dedicato un Centro Sociale), ma San Fratello è anche la patria di Benedetto Manasseri, conosciuto in tutto il mondo come San Benedetto il Moro da San Fratello (e non da Palermo come scrivono i giornalisti della Conca d’Oro). Primo Santo nero della chiesa cattolica San Benedetto è stato eletto dal popolo Protettore di San Fratello, è anche compatrono della città di Palermo, ed è molto conosciuto in America latina e in Africa.

Sulla Settimana Santa è finito il tempo dei Giudei che urlano insulti e minacce fra loro, e neppure lo fanno agli altri. Nel 1914 scriveva Benedetto Rubino: “Chi non ha visto la Festa dei Giudei in S. Fratello, ignora certo una delle note più singolari e caratteristiche di cronaca siciliana”.





Aggiungo: chi nel 2014 paragona i giudei di San Fratello "agli scimuniti che fanno i gavettoni a Ferragosto e poi rombano con la marmitta segata", non credo possa dire di aver partecipato alla Settimana Santa di San Fratello.

Sulla presenza di una comunità giudea a San Fratello abbiamo qualche fonte, si trattava comunque di una minoranza e si cercano ulteriori conferme. Ha ragione invece il giornalista quando sottolinea che oggi i “diavoli carnevaleschi di San Fratello non sono più quelli di Sciascia e Scianna".

Ma non possiamo scandalizzarci per ciò che si continua a scrivere sulla storia di questo evento, poiché in passato l'evento ha ispirato critiche in piena contraddizione. E se oggi il testo dello scrittore e poeta Benedetto Di Pietro, "La festa dei giudei di San Fratello, pubblicato sul n. 7 di “Pagnocco” gennaio/aprile 2006  – Messina", meglio riassume l’evento odierno e la sua possibile evoluzione storica, in passato troviamo altre testimonianze non meno degne di nota: 

Il Pitrè ha dedicato due interi capitoli nei volumi XXIV e XXV della sua biblioteca; 

Sul finire degli anni ’20 rileggendo il testo di un processo tenutosi a Termini Imerese si legge: "…mostra preoccupazione la persistente usanza del travestimento giudaico a S. Fratello nel periodo pasquale, che vede la congiunta opposizione di autorità civili e religiose. In un esposto al ministro degli Interni del marzo 1928, del sacerdote Salvatore Calandra, la «strumentalizzazione» criminale della festa pasquale è descritta a fosche tinte: Nei giorni di giovedì e venerdì santo — scrive il sacerdote — un'orda di uomini mascherati, leggermente vestiti di rosso, atti a correre veloci, muniti di trombe e armati di grosse e taglienti maglie di ferro, scorazzano per le vie, s'intersecano con le sacre processioni, insultando ora i sacerdoti ora i devoti e le devote, saltano dinanzi alle porte delle chiese, e talvolta le aprono, entrano in chiesa e disturbano le sacre funzioni; spesso vanno parodiando per le vie gli inni sacri delle meste funzioni, e non raramente compiono mascherati quelle immoralità che non potrebbero altrimenti perpetrare. Profittando dell'arma di ferro che tengono in pugno e del vestito leggerissimo che li agevola nella corsa, ora escono di paese, e vanno a scorazzare per gli orti circonvicini, devastando e depredando; ora rientrano in paese, insultando tutti, non rispettando nessuno [...] Sono i Regi Carabinieri che li inseguono per giusti motivi; ma i mascherati ora li pigliano a colpi di pietre, óra gli tagliano il chepì e glielo buttano lontano, ora gli sfregiano la divisa. Non meno orrendi sono poi i suoni delle trombe. Vanno suonando per le vie tutti i suoni immorali, tutti i suoni ingiuriosi, e vanno parodiando molti suoni militari, non escluso il «triplice attenti» [...] Nessuno finora li ha fermati. Ma viva Iddio! Colui che ci ha liberato dalla massoneria, dal sovversivismo, dalla mafia, ci libererà pure da questi mascherati di settimana santa" 

D’altronde una classica canzonetta dei giudei inizia cosi: “I preti non volevano i giudei…”.


Già vent’anni dopo quel processo qualcosa cambiò come riporta la testimonianza di Cirino Morello, giudeo sanfratellano in quel periodo: “Prima del 1950 era proibitissimo fare i Giudei in paese: se venivi catturato erano sei mesi di carcere e una multa salatissima. C'erano carabinieri in tutto il paese, ma noi, giovani di montagna e con tanto coraggio, ci riunivamo in gruppo e sfidavamo le forze dell'ordine. Ogni tanto, però, qualcuno veniva catturato e per questo c'era tanta paura. Ma quel Venerdì Santo del 1950 è successo un fatto storico: quando la processione era in prossimità della Roccaforte, si è abbattuto un forte temporale. Acqua e vento che la folla è stata obbligata ad andare via, abbandonando le statue in mezzo alla strada. Fu così che noi Giudei abbiamo prelevato le statue e, sotto quel diluvio, le abbiamo portate sotto la chiesa del convento dove siamo stati applauditi. Il parroco ci ha fatto i complimenti e ci ha promesso che da quel momento i Giudei sarebbero stati liberi come tutti i cittadini".


Ed ancora, nel 1962 da un articolo della rivista "Atlante" edito da De Agostini si legge: “…Salti, corse, sgambetti, saggi di equilibrismo - quali la figura delta ottenuta ponendosi perpendicolarmente ai pali della luce elettrica - canti, rumori di catene, squilli di tromba, rumorosamente annunciano la presenza dei « Giudei ». Sono abitanti del paese, contadini e pastori per lo più, che, vestiti di un particolare abbigliamento, si fingono gli uccisori del Cristo. Sotto di essi corrono delle brevi frasi quali «W i Giudei», oppure «Amo te», «Sempre uniti», «W l’amore». E si dà il caso che, fra tanto trionfo di amor profano, si trovi, ricamato, ad esempio, sulla parte posteriore della giubba: «W il cuore di Gesù».

Ma sulla festa dei giudei di San Fratello tanto si è scritto e tanto ancora si scriverà, perciò aspettiamoci nuove ed infinite contraddizioni. Della Settimana Santa di oggi è doveroso dire che San Fratello è il luogo che più si avvicina a ciò che è realmente successo duemila anni fa, grazie appunto alla presenza festosa dei locali giudei. Perciò invitiamo tale Francesco Merlo ad essere nostro ospite in occasione della prossima Settimana Santa, per comprendere quanto sia sottile la linea che separa la “demagogia del corpo” inevitabile frutto della prima abbozzata occhiata, dal profondo sentimento che proverà lo spirito se accetta l’ebbrezza di stare ad un palmo di mano da quel eterno confronto tra il "Sacro e il Profano".    






Commenti

  1. Merlo...prima di scrivere collega il cervello. Già il tuo piumaggio da bianco è diventato per sempre nero...non diventare nerissimo , informati: usi, costumi, tradizioni etc.etc. soprattutto verità.

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  2. Questo che scrive non è un giornalista ma uno che si vuole fare pubblicità al negativo . Caro Merlo visto che sei di Catania fai un salto a S. Fratello durante la settimana santa ed accertati delle stupidaggini che scrivi. Nulla di ciò che scrivi corrisponde a realtà...Connetti il cervello ..

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  3. Francesco Merlo, chi è?

    Esisteva una volta un giornale satirico dal nome “Il merlo dal becco giallo”. Era di satira politica, non di costume. Il “Merlo canterino dalla voce chioccia” questa volta racconta balle, imbecillità di chi non sapendo vuol essere saccente.
    Il catanese, Merlo, farebbe bene a documentarsi prima di scrivere baggianate. E se, a corto di notizie, chieda al suo editore una pausa di riflessione, per un giusto e ragionevole documentarsi.
    La cosiddetta “Festa dei Giudei” è impropriamente detta tale; si tratta di manifestazione religiosa inerente alle festività religiosa della «Settimana Santa» rappresentata all’antica maniera del millenario popolo sanfratellano.
    Mantenere gli antichi riti è utile e proficuo per saper meglio riconoscere le nostre radici nel tempo: chi siamo e donde veniamo.

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