La grande frana di San Fratello del 1922

93mo anniversario del più grande disastro del paese nebroideo.


Sono passati 93 anni dal grande disastro che ha colpito San Fratello. Anche quest'anno riproponiamo un articolo storico recuperato dall'archivio del giornale "La Stampa", del 12 gennaio 1922, grazie al contributo del sig. Nino Di Piazza.

Un paese presso Messina travolto e distrutto da una frana
L’opera di soccorso.
Roma, 11, notte. Un telegramma oggi pervenuto al ministero dell’interno da Messina, recava quanto segue:
“E’ giunta notizia di una tremenda sciagura avvenuta in un paesello della nostra provincia e precisamente nel comune di San Fratello. Questo comune sorge su un monte, e questa notte, a causa della corrosione prodotta dalle acque, le rocce sono sprofondate, travolgendo in una rovina quasi tutte le case del paese. Fra gli altri edifici rovinati nella voragine vi sono la Cattedrale e il Municipio. Non si conosce il numero dei morti e dei feriti perché mancano i particolari dell’immane tragedia. Si sa che almeno cinquecento famiglie sono senza tetto”.
Più tardi giungevano da Messina queste altre notizie:

“La frana continua a San Fratello, il suo movimento, e minaccia seriamente l’altra parte del paese, che è stata fatta sgombrare. La popolazione è sgomentata. Una triste processione di carri, animali, e persone, carichi di masserizie, cercano altrove rifugio. Si crede che il paese dovrà essere ricostruito inferiormente altrove, essendo attualmente fondato su un terreno insidiato da profonde corrosioni sotterranee. Il prefetto Frigerio si trova sul luogo, ove sta impartendo energiche disposizioni per evitare vittime umane. Molte costruzioni sono state travolte e inghiottite, e fra esse sono scomparse la chiesa, la pretura, il municipio, la strada provinciale interna del paese.


Quando si ebbero le prime notizie non esano state travolte che poche case. Successivamente si è verificato un disastro molto più grave. Fortunatamente il pericolo è stato avvertito in tempo e per l’energia del Comando dell’arma dei carabinieri tutte le case sono state fatte sgomberare dagli abitanti. Si teme che qualche vittima si trovi fra le macerie. Non è possibile una precisa constatazione, essendo andati distrutti con l’ufficio municipale, il registro dell’anagrafe e il censimento. Oltre il prefetto si sono recati sul posto l’ingegnere capo del Genio civile, Fiorentino, il deputato provinciale cav. Vinci, l’ingegnere capo dell’ufficio tecnico.

Appena pervenute al Governo tali notizie, il Ministero dei lavori pubblici e quello dell’interno hanno messo a disposizione del prefetto di Messina rispettivamente la somma di centomila e quarantamila lire. Il prefetto comm. Frigerio e l’ing. Capo del genio civile, Fiorentino, che già si trovavano sul luogo del disastro, sono stati invitati a mostrare al più presto le proposte per ulteriori provvedimenti. Il ministro della guerra da parte sua ha dato disposizioni perché i militari concorrano con ogni mezzo ad alleviare le conseguenze del disastro.

A sua volta il Re ha elargito la somma di 25 mila lire per i danneggiamenti del disastro. Il segretario politico del partito popolare, don Sturzo, ha poi telegrafato all’avv. Attilio Salvatore a Cetonze, informandolo che, avute le prime notizie, si recò a conferire col ministro Micheli ed il sottosegretario Bevione per i primi soccorsi.


Il racconto del prefetto di Messina sul disastro di San Fratello
Le vittime limitate a due. 500 case distrutte, 300 pericolanti. La frana dovuta a un movimento tellurico.
Il prefetto di Messina, comm. Frigerio, reduce dai luoghi del disastro, ha fornito i seguenti particolari. Il disastro è terrificante. Il paese di San Fratello di un tratto non è più che un luogo di desolazione completa e accorante. Il paese è rimasto completamente deserto e la frana purtroppo non accenna ad arrestarsi. Essa minaccia rovina fino all’ultima casa rimasta ancora in piedi. Gli 11 mila abitanti sono quasi tutti fuggiti in preda al più vivo terrore.

Purtroppo si deplorano due vittime, una povera vecchia di 85 anni ed il figlio suo che morì per aver tentato di salvarla. Se non si hanno a deplorare molte vittime, lo si deve all’arciprete del paese ed al capitano dei carabinieri, i quali, accortisi della minaccia della frana e intuito il grave pericolo, fecero sgombrare le case più immediatamente minacciate dagli abitanti. Molta gente figura dispersa perché è fuggita per le campagne. I fuggiaschi non hanno potuto salvare dalla rovina che pochissime cose e sono tutti nella angosciosa miseria. Gente ricca fino a ieri, rimasta completamente priva di risorse e di indumenti.



Oltre alla cattedrale, altre chiese sono andate distrutte. La villa del generale Di Giorgio e quella dell’ex-consigliere provinciale cav. Nucifero sono andate, frale altre, completamente distrutte. Sul posto si trovano fino dalle prime ore di stamane le autorità militari e civili con viveri e materiale per la costruzione di baracche. Il prefetto trasmetterà subito al Governo un dettagliato rapporto, facendo rilevare l’immensa sventura che ha colpito quella operosa popolazione. Pare che il paese di San Fratello difficilmente potrà risorgere sul luogo ove la frana lo ha completamente distrutto. La frana ha rovinato tutta la parte ovest del paese per una lunghezza di 650 metri ed una profondità di 50. I massi staccatisi dalla montagna hanno investito e spazzato violentemente nella loro corsa alberi secolari, case e strade. 500 case non esistono più e 300 sono pericolanti. La popolazione non potrà più abitarle.



Era circa l’una dopo la mezzanotte del sabato (7 gennaio 1922) alla domenica (8 gennaio), quando gli abitanti di San Fratello furono tutti svegliati di soprassalto da un forte movimento tellurico. Essi prevedevano il pericolo che li minacciava. Lo strano movimento tellurico aveva lesionato i muri in modo impressionante. Tutti allora abbandonarono le case e si accamparono sotto le tende piantate provvisoriamente nelle vicinanze del paese. Alle 16 del pomeriggio una enorme frana si staccava dalla montagna, precipitando a valle, travolgendo ogni cosa. Si pensò di dare avviso del disastro, ma tutte le comunicazioni furono interrotte.

La popolazione angosciata attende soccorso dalle città vicine. Intanto da Messina sono inviate compagnie di soldati del Genio. Sul posto è l’ispettore del Genio civile con parecchi ingegneri e col materiale occorrente per puntellare le case pericolanti. Occorrono viveri e baraccamenti. I danni sono incalcolabili.




Commenti

  1. Salvatore Emanuele - Firenze8 gennaio 2015 15:38

    8 Gennaio 1922
    E sono 93…
    Dal quel fatidico e fatale andare a pezzi di San Fratello (ME) di anni ne sono ormai trascorsi tanti, quanti ne conta questo enunciato.
    Io non c’ero ancora, ma la ricordanza di quanto avvenne in quella fredda malanotte, raccontatami da chi poi mi portò alla luce è sempre viva.
    Nacqui secondogenito ma diventai «primo» ancor prima di nascere, poiché per colpa di quella maledetta frana colui a cui sarei stato «germano secondo» non piacque rimanere in tanta fragilità di cose e, s’involò verso lidi celestiali.
    Nella mia memoria infantile rivivo le immagini delle rimaste cose: intere o rabberciate dalla sconnessione prodotta dal rotolar dei sassi delle avite magioni e dal rovinoso sprofondar della terra.
    Nel desiderio di conoscenze del mio esser fanciullo, via via che notavo infra le inanimate cose, sparse o conservate con amore, chiedevo lumi:
    -Mamma, a cosa serve questa bilancia e questi tanti pesi e pesetti che vi stanno intorno?
    -Mamma, a cosa servono questi rotoloni di stoffa colorata e con le gore? E questa stadera dal grande piatto e lungo braccio con appeso il “Romano”, a cosa ti serviva ?
    - Ed ella a me con tanta mirabile pazienza e gli occhi inumiditi da una lacrima che le scorreva sopra le guance, rispondeva:
    -Figlio mio, tu non puoi sapere quanti e quanti sacrifici ebbero a sopportare gli invasi dalla catastrofe in quella tremenda e «nera» notte.
    In casa nostra v’erano pochi e miseri mobili recuperati dalle macerie: un cassettone d’antica fattura riparato nella sua struttura ma avente in dotazione i cassetti originarli; una vecchia credenza ed una vetrinetta ricostruita e rabberciata alla belle-meglio. Un’antico tavolo di legno di ciliegio con apertura a libro, rimasto, miracolosamente, indenne in tutte le sue parti, era ora corredato da sei seggie «francescane» con seduta in refe che odoravano ancora di nuovo.
    Tuttavia, da cosa nasce cosa, e quell’immane flagello partorì una nuova comunità che venne ad aggiungersi a quel ristrettissimo numero di poveri “cristi” che abitavano la “Vecchia Marina” adiacente il Medievale Castello, con la torre fatta costruire dai baroni Larcan per stare a guardia e difesa dei pirati che provenivano dal mare; da quel mare d’intenso blu celestiale, ove l’azzurro del cielo vi si specchia interamente e che a guardarlo dall'imponente «baluardo» Monte San Fratello appare come un incantesimo che ammalia il visitatore che pone l’occhio a rimirare tanta beltade; e che spaziando con uno solo sguardo, da Capo Cefalù a Capo d’Orlando, non perde di vista la
    magnifica prospettiva che mostra all’orizzonte: l’incantamento dell’immaginifico arcipelago costituito dalle, stupende sette «sorelle», Eolie.

    Ci vollero ben quarantasette anni prima che la bella Acquedolci, non più “la Marina” come loro l’appellavano, riuscisse a camminare con le proprie gambe — sebbene ancora mutilata nella eredità economica.
    Ora, è una cittadina in ripresa ma non ancora fiorente, forse per colpa della incompetenza di chi dovrebbe e non sa amministrarla a dovere o, forse anche perché non hanno la capacità di saper risolvere i compiti amministrativi assegnategli e voluti dalla comunità cittadina. Acquedolci possiede due tesori: uno dell’età del paleolitico “La grotta — cosiddetta — di « San Teodoro »” dove negli anni trenta del secolo scorso furono ritrovati degli scheletri umani appartenenti a quel periodo, a uno dei quali recentemente, ne è stato determinato il sesso di appartenenza femminile e riconosciuta come la donna più antica della Sicilia e, alla quale è stato dato il nome di “ Thea ”.

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  2. Salvatore Emanuele - Firenze8 gennaio 2015 15:39

    ....Del castello medievale del XV secolo, si può dire che: sempre per incompetenza e menefreghismo, non rimangono che i resti diruti della sua
    storica e grandezza e bellezza.
    Esso, però, potrebbe tornare a risorgere com’era: “Post fata resurgo” — suscitando interesse culturale e turistico: una ricchezza per tutta la comunità cittadina. Ma ancora, in tutto questo, il sole non sorge ancora e vi rimane il buio pesto. Sorgerà un giorno, ma quando ?

    Nel ricordare gli sfortunati, vecchi abitanti di 92 anni or sono, non si devono dimenticare quelli che ancora in questo nuovo millennio hanno avuto la malasorte di patire, sebbene meno triste, la frana del 14 febbraio 2010, cosiddetta “La sanfratellana Frana di San Valentino”.
    E spero mi sia consentito ricordare, per il bene ch'io voglio alla terra dei miei avi, agli attuali Amministratori di San Fratello, al Signor Sindaco Dottor Professor Fulia una locuzione dell'amato e vituperato ma sempre grande, M.T. Cicerone: "UT SEMENTEM FECERIS ITA METES".
    Sempre speranzoso.

    Salvatore Emanuele - Firenze

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